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> La figura di Caio Plinio Secondo <
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LA VITA 

Caio Plinio Secondo, detto il Vecchio o il Naturalista,  nacque a Como, nel 23 dopo Cristo, da ricca famiglia equestre. Nel secolo scorso si concluse, dopo fasi alterne che duravano dal 1300, una polemica sulle vere origini di Plinio: una tesi voleva che la nascita dello Scienziato fosse veronese, l'altra, comasca. Il trionfo della tesi comasca fu totale e oggi non è più lecito neppure il dubbio.

Fu uomo di inesauribile curiosità, di prodigiosa attività scientifico- letteraria, che non interruppe mai, neppure durante l'esercizio di molte e alte cariche pubbliche o durante i lunghi e frequenti viaggi. Fu intimo amico di Vespasiano, col quale discuteva spesso di cose politiche o di erudizione varia. Ricoprì anche i più elevati gradi militari; fu funzionario integerrimo e uomo esemplare, tipico esempio dell'antica virtù repubblicana anche in epoca imperiale.

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Plinio "il Vecchio"

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LE OPERE

Il nipote, Plinio il Giovane, scrivendo a Bebio Marco, fa un completo elenco delle opere dello zio, le quali andarono tutte perdute, tranne i trentasette libri della Storia Naturale.

"Compose, con competenza pari alla diligenza, quando era prefetto di un'ala di cavalleria, un libro "Del lanciare a cavallo"; due libri "Sulla vita di Pomponio Secondo" di cui fu molto amico e alla memoria del quale volle offrire questo tributo; venti libri "Delle guerre di Germania ", in cui sono narrate tutte le campagne combattute contro i popoli germanici; tre libri "Dei letterati", opera divisa in sei tomi a causa della sua ampiezza; in essa dà precetti per gli studi e la specializzazione dell'oratore, cominciando dai primi anni di scuola; otto libri " Sui dubbi di lingua": scrisse quest'opera verso la fine del regno di Nerone, quando la tirannia rendeva pericoloso l'occuparsi di cose più libere e più impegnative; trentuno libri di "Continuazione della storia di Aufidio Basso" e trentasette libri di " Storia Naturale", opera di mole imponente e di erudizione vasta quanto la stessa natura".

(Libro III, lett. V) 

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LA MORTE

La sua morte, avvenuta nel 79 dopo Cristo, merita di essere ricordata con le stesse parole con cui il Nipote la descrive allo storico Tacito, che gli aveva chiesto notizie sulla fine del grande Scienziato. E' una lettera famosa, in cui, accanto alla raffinata eleganza stilistica, si nota la preoccupazione dell'esattezza storica e scientifica, nella descrizione di un fenomeno naturale, su cui Plinio il Vecchio, che vi trovò la morte, si era proposto di indagare. Essa è un documento umano e insieme scientifico e letterario di grandissimo valore; credo che valga la pena di leggerla per intero

" Cajo Plinio saluta il suo Tacito.

Mi chiedi di narrarti la morte di mio zio, per tramandarla ai posteri, nel modo più esatto. Te ne ringrazio, perché so che la sua fine è destinata a gloria immortale se verrà divulgata da te. Sebbene egli, perito nella rovina di così splendide contrade, sia destinato a perpetuo ricordo come i popoli e le città che perirono in quel memorabile disastro e sebbene egli abbia lasciato moltissime opere durature, tuttavia l'eternità dei tuoi scritti contribuirà in modo decisivo alla durata della sua fama. Io ritengo davvero fortunati coloro ai quali, per dono divino, è stato concesso di compiere imprese degne di essere narrate o di scrivere opere degne di essere lette: assai più fortunati ritengo quelli cui è stato concesso l'uno e l'altro dono. Nel numero di questi ultimi sarà mio zio, grazie ai suoi libri e ai tuoi. Perciò di buon grado accetto quello che mi domandi, anzi te ne prego come di un favore.

Si trovava a Miseno in qualità di comandante della flotta. Il 24 agosto, verso le ore 13, mia madre lo avverte che si scorge una nube di straordinaria grandezza e forma. Egli, dopo un bagno di sole e uno freddo, aveva mangiato qualcosa sdraiato e stava studiando; si fece portare le scarpe e andò in un punto da dove meglio si poteva osservare quel fenomeno. Si levava una nube (non si capiva bene, data la lontananza, da quale monte; solo dopo si seppe che era il Vesuvio), la cui forma assomigliava ad un pino più che a qualsiasi altra pianta. Difatti, protesa verso l'alto come su un altissimo tronco, si allargava in alcune ramificazioni, perché, penso, spinta da violenta pressione e abbandonata a se stessa col diminuire di questa, si sperdeva dilatandosi, forse anche perché aggravata dal suo peso: ora bianca ora scura e a chiazze per la presenza di terra o di cenere.

Colto com'era, pensò che il fatto fosse straordinario e degno d'essere osservato più da vicino. Si fa allestire un battello liburnico; mi permette di accompagnarlo, se mi pare; rispondo che preferisco studiare; anzi per caso mi aveva assegnato proprio lui qualche compito.  Mentre esce di casa, riceve un biglietto di Retina, moglie di Casco, spaventata dal pericolo incombente, poiché aveva la villa proprio là sotto e non aveva possibilità di scampo se non per nave: lo pregava di sottrarla a sì grave minaccia. Egli cambiò allora decisione e compì per generosità umana quello che aveva iniziato per curiosità di scienziato. Mette in mare delle quadriremi e vi sale per portare aiuto non solo a Retina, ma a molti altri: la spiaggia era infatti assai frequentata per la sua amenità. Accorre là donde gli altri fuggono, con rotta diritta verso il pericolo, così tranquillo da poter dettare e notare, man mano li vede, tutti i movimenti e gli aspetti di quel terribile sconvolgimento.

Già cadeva dentro le navi la cenere, più densa e più rovente quanto più si avvicinava; ormai cadevano pomici e ciottoli neri, cotti e screpolati dal fuoco; poi ecco una improvvisa secca e la spiaggia si fa inaccessibile per una frana del monte. Incerto per un istante se tornare indietro, subito grida al timoniere che lo consigliava in quel senso: "La fortuna assiste i forti; punta verso la villa di Pomponiano!". Costui abitava a Stabia, oltre il golfo formato dalle sporgenze e rientranze del mare in quel punto. Quivi Pomponiano, pur essendo il pericolo non ancora imminente, ma manifesto e incombente se il fenomeno fosse continuato, aveva caricato le sue cose su alcune navi, deciso a fuggire qualora fosse cessato il vento contrario, che invece favorisce mio zio. Il quale appena arrivato abbraccia, consola, rincuora l'amico e per alleviare il timore di lui con la sua sicurezza, si fa portare nel bagno; si mette a tavola allegro o fingendo di esserlo, cosa questa non meno ammirevole.

Frattanto dal Vesuvio si alzavano in parecchi punti larghissime fiammate, delle quali il buio della notte rendeva più vivo il chiaro splendore. Lo zio per calmare la paura, andava dicendo che si trattava di fuochi accesi dai contadini spaventati, di case coloniche abbandonate che bruciavano. Poi andò a dormire e dormì veramente: il suo respiro, assai grave e rumoroso a causa della sua grande corporatura, era udito da coloro che vegliavano sulla soglia. Ma il cortile, da cui si accedeva all'appartamento occupato da lui, si era già riempito di ceneri e di lapilli tanto che, se si fosse trattenuto più a lungo nella camera, non sarebbe più potuto uscire. Svegliato, esce e va a raggiungere Pomponio e gli altri che non avevano chiuso occhio. Si consultano tra loro se rimanere in casa o vagare all'aperto. La casa infatti vacillava per frequenti e lunghe scosse e pareva che si spostasse or qua or là, come se fosse smossa dalle fondamenta. D'altra parte all'aperto si temeva la caduta di pomici sia pure leggere e porose; il confronto dei due pericoli consigliò la scelta di quest'ultimo partito. In lui maturò questa decisione a ragion veduta, mentre gli altri la scelsero per paura. Con fazzoletti legano sul capo dei cuscini, per difendersi da quella pioggia.

Ormai altrove spuntava il giorno, lì invece continuava la notte più buia e fonda di ogni altra notte, anche se rischiarata da molti bagliori e da varie luci. Si decise di andare verso la spiaggia e vedere da vicino se fosse possibile imbarcarsi; ma il mare rimaneva ancora agitato e impraticabile. Qui sdraiato su una coperta, chiese e bevve dell'acqua fresca. Poi le fiamme e l'odor di zolfo che le preannuncia fanno fuggire gli altri e ridestano lui. Con l'aiuto di due servi si alza e subito ricade, come mi risulta, essendogli stato mozzato il respiro dalla caligine troppo densa, e chiusa la gola, che egli ebbe sempre debole e talora infiammata. Quando riapparve la luce (due giorni dopo la sua morte), il suo cadavere fu ritrovato intatto, illeso con le sue vesti; la posizione del corpo era più simile a quella di chi dorme che a quella di un morto.

Frattanto io e mia madre a Miseno... Ma questo non riguarda la storia e tu altro non vuoi sapere che la morte di lui. Perciò smetto. Aggiungo solo che io ho scritto tutto quello che vidi personalmente o che udii subito dopo, quando le cose si ricordano con maggior precisione. Tu scegli quel che ti pare più importante. Infatti altro è scrivere una lettera, altro una storia, altro ancora scrivere per un amico, altro scrivere per tutti. Sta’ bene."

 (Libro VI, lett. 16).

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